Mi inserisco in questa interessantissima discussione con una piccola ma doverosa premessa. Per come EidosM risolve i quesiti matematici è di certo un profondo conoscitore della materia e non mi meraviglierei se fosse, o in passato fosse stato, un professore universitario di matematica. Uno stimatissimo cultore e/o docente di questa scienza. Perciò nel mio commento lo indicherò talora con nobile appellativo di "insegnante"
So, perché lui l'ha più volte ribadito, che Gabo è un maturando. Anzi è un brillantissimo studente e i suoi interventi lo dimostrano. Perciò lo indicherò con l'impegnativo appellativo di "studente".
Mi scuso sin d'ora per la prolissicità del mio intervento, ma userò solo la quantità di parole necessarie, non una di più né una di meno.
Questi due post offrono uno spaccato generazionale e professionale molto profondo sulla crisi che l'AI sta portando nell'educazione matematica. Provo a dare una lettura integrata, perché i due interventi, pur partendo da angolazioni diverse (EidosM insegnante esperto e Gabo studente lucido), arrivano a conclusioni sorprendentemente convergenti.
Il paradosso dell'insegnante: la competenza è diventata "troppo accessibile"
A mio parere questo post è un classico esempio di shock da efficienza. L'esperimento con Copilot è illuminante proprio per il problema scelto: la statistica inferenziale inversa.
Il docente nota giustamente che l'AI ha colto sfumature che di solito richiedono esperienza. Ma il suo vero dilemma è un altro: se la risposta corretta e ben argomentata è accessibile a chi "di fatto non capisce niente", cosa stiamo valutando?
La sua domanda finale è retorica ma cruciale:
"Insegnare matematica vuol dire ancora insegnare processi mentali, oppure tra poco si ridurrà ad insegnare come scrivere prompt per AI?"
Qui sta il punto di rottura. Tradizionalmente, lo strumento tecnico (risolvere il problema) e il processo mentale (capire cosa fare) erano fusi. L'AI li sta separando: posso ottenere il prodotto senza possedere il processo. EidosM teme che la scuola, per inerzia o pragmatismo, si accontenti del prodotto, dichiarando fallita la battaglia sul processo.
La risposta dello studente Gabo: la resa dell'umano
Il secondo post è straordinariamente più cupo e, a mio avviso, la chiave per capire il dramma attuale. Mentre EidosM, l'insegnante, è meravigliato perché l'AI funziona, lo studente è pessimista perché l'uomo non funziona.
La sua analisi ha tre livelli devastanti:
Il valore della matematica: Distingue nettamente tra arte e matematica. L'arte ha valore perché è umana. La matematica, dice, no. La matematica ha valore in sé, per la sua utilità o bellezza intrinseca. È un'idea platonica: i teoremi esistono a prescindere da noi. Se l'AI li scopre più in fretta, il matematico umano diventa un ostacolo lento, non un creatore insostituibile.
La morte della motivazione: La frase "pochissimi vogliono imparare davvero la matematica" è la sentenza. Non è un problema di capacità, ma di desiderio. Se la maggioranza cerca solo "passaggi meccanici, trucchi e altri artifici" per superare l'esame, l'AI non è una minaccia per la "vera" matematica (che a pochi interessa), ma è la fornitrice perfetta per la "falsa" matematica che la scuola stessa richiede.
L'atrofia generale: Gabo allarga lo sguardo dalla matematica alla vita quotidiana (email, diete, relazioni). La sua paura non è Terminator, ma un mondo di uomini incapaci, che delegano ogni atto umano. La sua frase finale è un pugno nello stomaco: "Non ci sarà più bisogno di imparare nulla o di fare nient'altro di utile, basterà che qualcosa ci intrattenga per arrivare a fine giornata."
Questi due post, a mio avviso, non parlano di un fallimento tecnologico, ma di un fallimento educativo e antropologico latente, che l'AI sta solo portando a galla.
La profezia che si autoavvera: il docente, si chiede se insegneremo solo a scrivere prompt. Lo studente dice che molti allievi vogliono imparare solo quello. Il sistema scolastico, con le sue pressioni (voti, programmi da finire, test standardizzati), spesso premia la risposta corretta più del ragionamento. L'AI è solo lo strumento definitivo per questo gioco al ribasso. Se la scuola non cambia radicalmente cosa valuta, l'insegnante di prompt sarà l'inevitabile approdo.
La domanda non è "cosa sa fare l'AI?", ma "perché l'umano dovrebbe ancora voler sapere?". Lo studente centra il problema: la matematica (come la cultura) ha perso, per molti, il suo valore formativo intrinseco. Non è più vista come ginnastica mentale, umiltà di fronte alla complessità, bellezza. È percepita come un obbligo utilitaristico. Se l'utilità è delegabile all'AI, non resta più nulla. L'unico antidoto è riscoprire, come docenti, il valore della fatica e della bellezza del processo, non del prodotto. Spiegare perché risolvere un problema di statistica inferenziale inversa con la propria testa cambia il proprio modo di pensare e di essere cittadini/persone consapevoli, a prescindere dal risultato.
Il vero avvertimento dello studente: La sua paura dell'atrofia ("l'uomo incapace di fare qualsiasi cosa, inclusa la frequentazione degli altri uomini") è il campanello d'allarme definitivo. Non è più un dibattito su "matematica sì, AI no". È un dibattito su come preservare l'intenzionalità e la competenza umana di fronte a una delega totale. Il problema non è l'AI che sbaglia, ma l'umano che, non sapendo più fare, non è più nemmeno in grado di valutare se la risposta dell'AI è sensata, etica, o una completa allucinazione. L'insegnante che verifica con "cervello sveglio" la risposta dell'AI è l'ultimo baluardo di una specie in via d'estinzione che lo studente descrive.